Il giusto equilibrio tra rischio e certezza: ecco cosa ci insegna la vittoria di Gabriel Bortoleto
- Alice Cecchi
- 6 set 2023
- Tempo di lettura: 4 min
Dal Brasile con furore si è preso ogni punto disponibile per arrivare in cima alla classifica della Formula 3: costanza, pazienza e tenacia sono stati i tre ingredienti fondamentali che lo hanno portato a vincere il campionato, infuocato fino all’ultimo weekend.

L’arrivo del circus della Formula 1 a Monza porta sempre tante emozioni, sia per chi ci sta dentro che per chi lo guarda solo da fuori. Il tracciato velocissimo, l’albo d’oro iconico, i Tifosi sugli spalti che colorano le tribune. Quest’anno, vista la condizione di campionato con cui la Formula 3 si presentava in pit lane, ha reso le sensazioni ancora più acute, alzando la tensione alle stelle fin dal primo giorno di azione in pista. Non è facile vedere il dominio di un solo pilota nelle serie propedeutiche alla Formula 1, tantomeno la chiusura del campionato tanto in anticipo rispetto all’ultima gara, quindi il curriculum con cui Gabriel Bortoleto si presentava era a dir poco strepitoso: due vittorie, sei podi e, soprattutto, un gap tale da poter vincere matematicamente il titolo già dalla sessione di qualifiche.
Gli unici due che potevano impedirgli il trionfo ancor prima dello spegnimento dei semafori della Sprint race, erano Paul Aron (Prema Team) e Pepe Martì (Campos Racing), suoi diretti inseguitori alla vigilia dell’ultimo round. Se uno dei due fosse riuscito ad accaparrarsi la pole position, guadagnando quindi due punti, avrebbe potuto mettere i bastoni tra le ruote di Bortoleto e della sua vittoria matematica. Con la sessione di qualifica interrotta dopo appena dieci minuti - per una bandiera rossa causata dall’incidente di Oliver Goethe - Aron e Martì si sono dovuti accontentare rispettivamente di un terzo e tredicesimo posto in griglia, perdendo quei due punti che rendevano ancora colmabile il vuoto creato dal brasiliano in classifica.
Ci hanno messo pochi secondi i meccanici del team Trident a correre verso la monoposto del brasiliano. Lui, con la visiera ancora abbassata, ce ne ha messi ancora meno per realizzare che, dopo anni passati a rincorrere titoli che non gli sono mai finiti tra le mani, ce l’aveva fatta. Non ha nemmeno avuto il tempo di tirarla su che c’erano già tutte le mani della sua squadra davanti, a congratularsi e a festeggiare un risultato in cui avevano sicuramente creduto tantissimo, ma a bassa voce, per scongiurare ogni tipo di sfortuna. Purtroppo, è stato un altro campionato assegnato in pit lane, come quelli di entrambe le categorie propedeutiche lo scorso anno, ed è decisamente mancata quella magia di tagliare la linea del traguardo per confermare tutte le imprese della stagione. A chi è mancata di più di tutti è stato proprio Gabriel, che sotto la bandiera a scacchi della gara del sabato, dove è arrivato secondo dopo una rimonta a dir poco spettacolare, si è lasciato andare ai festeggiamenti in radio con il suo ingegnere, ricordando che lui, questo campionato, se lo è preso con ciò che lo caratterizza di più: la tenacia.

Si potrebbe scherzare sulla modalità in cui il brasiliano ha costruito la sua stagione, che sembra quasi una guida perfetta su come vincere un campionato, vista la sua costanza nel trovare sempre qualche punto alla fine dei weekend dove non si è sentito al massimo del comfort sulla pista. Con un solo DNF, ha mancato la Top 10 solo una volta, accontentandosi di stare giù dal podio piuttosto di vanificare una gara intera in più di un’occasione. Il primo successo l’ha trovato in Bahrain, la gara di apertura, dove ha subito dimostrato di avere la giusta velocità per imporsi durante la stagione. Si è confermato subito dopo a Melbourne, per iniziare una serie di weekend in cui è riuscito a portarsi a casa sempre un po’ di punti, per arrivare con un vantaggio tale da poter vincere addirittura in anticipo di un round, a Spa Francorchamps. Con la fortuna non dalla sua parte, ha dovuto rinunciare al trofeo virtuale in Belgio, per arrivare però sul Tempio della Velocità ancora più determinato.
Si dice che sia il duro lavoro a portare i migliori risultati e, evidentemente, Gabriel Bortoleto è uno di quelli che da quando è stato messo sul kart non ha mai smesso di lavorare per realizzare i suoi sogni. Dal Brasile all’Europa, dalle piste nazionali a quelle internazionali, dal kart alla monoposto, Bortoleto ci ha sempre provato a stare tra i più forti. Scelto da Fernando Alonso per far parte della sua academy, non sempre c’è riuscito ma mai si è scoraggiato, arrivando a vedersi come la stella più luminosa nel cielo delle formule propedeutiche più vicine alla Formula 1. Quando è arrivato il momento di dimostrare il suo valore, Gabriel l’ha fatto, stampando il suo nome sulla vetta più alta del suo campionato. I suoi rivali gli hanno dato certamente filo da torcere, in quanto la griglia della Formula 3 questa stagione era piena di talenti che non hanno perso tempo nel dimostrare la loro velocità, ma o menino do Brasil, come veniva chiamato nelle prime categorie in monoposto dove ha corso, non è mai inciampato e ha sempre trovato il giusto equilibrio tra il rischio e la certezza. Non c’è mai stato un sorpasso mal calcolato, un passo più lungo della gamba: la sua stagione si è costruita tra pazienza e attenzione.
Gabriel Bortoleto insegna che per trionfare non bisogna voler volare più in alto di quel che si può. Non c’è bisogno di cercare sempre di essere davanti a tutti per esserci quando conta. Ciò che serve è la lungimiranza, l’abilità nell’adattarsi e, soprattutto, la forza di rialzarsi - o, nel suo caso, di rimontare la griglia fino all’ultima posizione disponibile. Campioni non si nasce, si diventa e Bortoleto, chilometro dopo chilometro, ci è riuscito.

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